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Oggi è 11/12/2017, 18:13

Stephen Shore di Maurizio Callegarin - Fotografia Americana - Recensione


Stephen Shore Nato a New York nel 1947
Stephen Shore nato a New York nel 1947

Chi si avvicina con interesse ad una fotografia di Shore lo può fare per vari motivi: la fascinazione per un'immagine sicuramente fuori dai canoni in voga, il piacere di fruire di pura documentazione iconografica sul paesaggio delle periferie americane degli anni '70, la curiosità di saperne di più su un fotografo che non fornisce all'osservatore niente di accattivante, preferendo offrire l'occasione di contemplare "particolari" situazioni.

La sua vita

Nato a New York nel 1947 da famiglia ebrea, ricevette in regalo a soli sei anni un kit per camera oscura.
Dopo esser passato alla 35 mm, aver subito l'influenza del fotografo Walker Evans, durante l'adolescenza fa la conoscenza con il direttore del MoMa Steichen e successivamente entra a far parte della Factory di Warhol.
Da qui in poi comincia la "deriva" di Shore, intesa come viaggio continuativo attraverso gli States che lo porterà a fare ritratti iconici e disincantati del paesaggio americano, attraverso continui spostamenti dove ricorrendo al grande formato 8x10 (grazie ai finanziamenti della fondazione Guggenheim e sempre del MoMa) esalterà al pari di Eggleston l'uso del colore in fotografia, risultandone fra i pionieri.
Emblematico del suo lavoro fra gli altri è la partecipazione alla mostra collettiva "New Topographics: Photographs of a Man-Altered Landscape" assieme ad altri famosi fotografi Robert Adams, Lewis Baltz, Joe Deal e Bernd e Hilla Becher.
Fra questi risulterà comunque l'unico a non fare uso del bianco e nero. Questo gruppo di persone promuoveva la ricerca fotografica del paesaggio non inteso più come rappresentazione o esaltazione tecnica del mezzo di ripresa (vedi Ansel Adams) ma la presentazione di una realtà urbana in costante divenire, che poteva essere catalogata come facevano i coniugi Becher o cristallizzata in un istante denso di suggestioni.
Da questo momento in poi numerosissimi fotografi, famosi e non, hanno preso spunto da questo nuovo gusto per l'immagine, studiando l'ambiente nel quale lavoravano con criteri precisi e che portano la fotografia oltre l'intento artistico, capace di ricordare ma anche di far riflettere, nonché porre domande...

Proposta per uno spunto interpretativo

Alla fine degli anni 60, fra i sommovimenti culturali presenti nell'arte e nella filosofia continentale spiccava per originalità la corrente francese del Situazionismo. Essi si ponevano l'obiettivo di creare situazioni, definite come "momenti di vita concretamente e deliberatamente costruiti mediante l'organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di eventi". Spesso nella loro ricerca attuavano quella che viene definita Deriva: "Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario.
Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l'alto, in modo da portare al centro del campo visivo l'architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari." (Guy Debord, Théorie de la dérive). Il Situazionismo ha offerto nel campo artistico e cinematografico parecchi esempi di questi concetti, che hanno così potuto mostrare uno specchio della società del tempo così fedele da risultare banale ad uno sguardo superficiale quanto invece provocatorio e illuminante per chi coglieva lo spirito del gioco.
Precisamente quello che realizzava Shore, viaggiando, restando meravigliato da luoghi così normali che riscoperti non potevano che divenire Uncommon Places (il titolo di una sua famosa raccolta fotografica).

Le fotografie

In questa recensione non descriverò singole foto, presentandole invece "come sono", così da permettere a ciascuno di formulare dentro di se un giudizio, invitando comunque a non trascurare mai la proposta visiva di Shore, se non si vuol peccare di superficialità. Le sue immagini sono dotate di una strana radianza, l'uso dei colori rendi i dettagli di stanze di anonimi motel quasi magnetici. Tutto è apparentemente scontato ma ad ogni successivo sguardo i simboli presenti, i luoghi, la disposizione presentata dal fotografo con le sue scelte stilistiche ci rivela uno sguardo profondo.
Molte volte si può cogliere in un riflesso la presenza dello stesso fotografo intento a riprendere la scena, così da chiudere il cerchio efficacemente su quello che effettivamente stava succedendo in quel luogo.

Maurizio Callegarin


Commento di Fabio Crivellaro

Shore è un fotografo con l’occhio di un imitatore.
Una frase forte se messa lì da sola, ma vorrei spiegare bene cosa intendo. Tempo fa ho letto in internet un commento sugli occhi degli imitatori, e ho pensato subito a Shore. Un imitatore è colui che è bravo, osservando una cosa, a vedere la sua essenza, trovare le particolarità che la contraddistinguono in mezzo a tutto il resto. Saper eliminare tutto il superfluo per arrivare all’essenza. Nella stessa maniera Shore riesce a trasmettere l’essenza delle strade periferiche americane e della vita di quelle zone.
Attraverso le sue foto, Shore, riesce a far sentire le stesse sensazioni che vivono gli abitanti delle periferie e quasi ci fa sentire gli stessi odori e gli stessi rumori. Spesso, quando sentiamo parlare di “America”, visualizziamo davanti agli occhi quello che ci fanno vedere i media, i film, ci immaginiamo le spiagge della California, i palazzi di Manhattan il ponte di Brooklyn, Central Park, Las Vegas ecc.
Shore ci fa vivere le strade, i motel, i bar, gli incroci, i parcheggi , i distributori di benzina, ci fa vedere e sentire le sensazioni e gli odori che vivono gli americani nel resto d’America, quella non mediatica, attraverso foto a comodini con la bibbia dei motel, dei bagni spesso non puliti, di arredamenti usurati e di tutti i particolari che servono per farci “vivere” e “sentire” le sensazioni che vivono loro.

Fabio Crivellaro


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